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racconto lungo (1)
Remembering...




[8 commenti]

Remembering...

di Marioscala (© 2006)

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“Guardaaa senza maaaaaniiiii” urlavo a Marco, in sella alla bicicletta Bmx gialla che la mamma mi aveva regalato proprio quell’anno. Non era d’accordo sulla scelta. “E’ una bici da maschio, perchè non ti prendi la Graziella?”.
Io no, ero testarda.Volevo quella mitica BMX, sì proprio quella “da maschio”.
Mi sembrava più sportiva, mi faceva sentire a mio agio...
Io non dovevo andare a fare pic-nic in mezzo ai prati, magari con la borsettina a tracolla della naj-oleari, i fiocchettini in testa e la tipica faccia “da femminuccia”. Io, con quella BMX, dovevo farci la guerra! Dovevo sporcarmi di terra, pedalare in mezzo alla melma e alle dune, vicino al campo di calcio dei giardinetti.
A furia di pedalare un giorno inchiodai e patapumpete! rotolai giù lungo una ripida-rapida discesa. Mi scorticai il naso e mi ritrovai parte del manubrio semi-incastrato tra il collo e il seno, ancora neanche accennato.
Mi piaceva percorrere l’asfalto ad alta velocità e sentire il vento urlare “Aleeeeeeee, corriiii corrii che ti prendooo”. Io gli rispondevo pure. Solitamente, con una vocale tipo “AAAAAAAA”. Non conoscevo il linguaggio del vento. Ora sì.
Durante la discesa verso casa sentivo i profumi provenienti dalle macchine in corsa e questo mi divertiva. Fumo, odore di cibo, arbre magique, vapori semi-intestinali. Quante cose si fanno in un intimo abitacolo all’insaputa degli altri automobilisti.
Ogni tanto la mamma mi dava qualche soldino per comprarmi qualche schifezza.
Serviva ufficialmente a comprare il pane...ma io ne approfittavo facendo la cresta. Risultato: aggiungevo al pane, la pizza e le patatine. Le mie preferite erano le DIXIE; sì insomma i fiocchi di mais distribuiti dalla San Carlo nonchè patatine culto degli anni ’80.
Ti lasciavano sempre quello strano odore sulle dita, ma le bricioline di formaggio erano il premio per esserti riuscito a mangiare tutto il pacchetto.
Capitava, qualche volta, di ritrovarmi davanti ad un negozio in cui vendevano caramelle di tutti i tipi. Gommose, lunghe, corte, ripiene, colorate di quel colore che tu sai per certo che non è roba naturale...un po’ come il gusto “puffo” in gelateria.
Come si faceva a non tentare un bambino con quelle prelibatezze spezza-fame...quando durante tutta la settimana doveva accontentarsi di “verdurine”, pasta al pomodoro, bistecca e quando il cibo più gradito era qualcosa come il “panino burro e marmellata” . “Ma sì che è buono dai, è la marmellata della nonna, è genuina”.
Palle, io volevo mangiare schifezze...anzi, roba che poteva farmi star seduta sul cesso per una settimana intera, ma senza rimpianto, ripensando a quei sapori, a quei colori. Slurp!
Voglio dire...quale bambino dice NO alle rondelle di liquirizia? Un bambino indegno di questo nome.
Le liquirizie si srotolavano che era una bellezza.
Con i bambini del quartiere si faceva a gara a chi riusciva a strotolare una rondella nel minor tempo possibile. Poi c’erano quelle cose gommose alla frutta che si attaccavano ai denti e poi ci voleva il dentista per togliere tutto (spesso anche i denti, che ci rimanevano attaccati!).
Ora quando compro schifezze al supermercato... me le metto direttamente in borsa e le nascondo a mia madre perchè lei dice che non devo esagerare con i dolci “perchè fanno ingrassare”. Eppure ho 32 anni, dovrei decidere di quanti cm avere il mio girovita.
Qualche giorno fa mentre guardavo attraverso gli scaffali ho avuto un flash-back.
Ho pensato al furto delle caramelle.
Ho pensato a me, mentre rubavo, a me con la faccia da bambina...con occhietti sadici e dispettosi.
Ridevo con gli occhi socchiusi, anche perchè non ho mai rubato nulla in vita mia.
Eppure...penso che chiunque avrebbe voglia di entrare in un supermercato senza soldi e svaligiarlo interamente senza pagare. E’ il sogno di una maggioranza silenziosa...
Rimpiango il periodo in cui rubare caramelle, non era poi un reato così grave...
Al massimo...ti prendevi uno schiaffo da tua madre... ma tutto sommato per il fatto di essere piccolo ti garantivano una certa impunibilità.
I piccoli furti nei supermercati venivano considerati “bravate”.
I bambini di oggi invece bruciano macchine o tirano sassi dal cavalcavia.
Noi, bambini degli anni 80, eravamo meno sadici.
Ora che mi ricordo tra i cibi genuini ce ne sono due che rimangono nella storia della mia vita alimentare: l’uovo a zabaione (da me storpiato in “zabaglione”) sbattuto dalla nonna Piera e il torrone alle mandorle della nonna Maria. L’uovo a zabaione, soprattutto in estate era per noi cugini una vera delizia.
L’uovo era notoriamente quello delle “jaddine” (galline), quindi un bell’ovetto fresco, dal colore “sano” e naturale.
La nonna ci chiamava a rapporto all’ora di merenda e iniziava a sbattere, sbattere e sbattere fino a far diventare quel rosso d’uovo una crema delicatissima.
Solo lei sapeva fare l’uovo così. Ogni tanto ci aggiungevo un po’ di latte oppure un po’ di caffè. Ne ricordo ancora il sapore.
La nonna Maria invece si è sempre occupata del torrone e dei biscottini alle mandorle, della marmellata, dei carciofini e delle melanzane sott’olio (dei quali ero e sono ghiottissima).
Fare il torrone è sempre stato un rito per noi, un modo per avvicinare tutta la famiglia intorno ad un tavolo fumante: si sbucciavano le mandorle, le si facevano tostare, si preparava il caramello...e la distesa di zucchero fuso sul tavolo cosparso di mandorle era una vista a cui nessuno poteva rinunciare.
All’idea del torrone della nonna mi viene da essere sincera.
Vi ho mentito quando dicevo che i bambini degli anni 80 erano più buoni.
Devo confessare che a dieci anni ho commesso un crimine contro l’umanità.
Era una umanità “relativa”, proporzionata al mio piccolo mondo infantile. Una atrocità a carico delle mie povere bambole.
Avevo due barbie. Una tradizionale, biondissima, con la carnagione chiara.
L'altra nera, con i capelli corvini, ricci ricci.
Ho fatto fuori quella nera, ma non per razzismo, giuro.
In realtà l’ho seviziata e torturata. Le ho cancellato gli occhi con l'acetone, le ho praticato un’incisione sulla faccia...le ho rasato i capelli a zero. Mi stavo apprestando a tagliarle gambe e braccia quando è sparita. Si sarà ribellata.
Ero decisamente sadica. Lo dimostravano anche le pozioni magiche che preparavo con l’inchiostro dei pennarelli e altra robaccia reperita per casa, da far testare, eventualmente, a qualche malcapitato.
Fortunatamente non ho mai fatto assaggiare a mio fratello le mie pozioni: ci ha pensato da sè ad avvelenarsi (negli anni).
Da piccola i miei mi costringevano a fare il bagno con lui. L’ho fatto fino a 11 anni, poi mi son cresciute le tette…e forse per loro è diventato sconveniente.
Ma tanto io e lui siamo stati a lungo gemelli.
Qualche volta mi costringevano a fare il bagno con una amica. Io odiavo quella moda anni 70, ancora frutto degli usi e costumi del 68. Libertinaggio familiare.
Un altro momento di imbarazzo lo vivevo quando, per controllare se avevamo l’acetone, ci facevano fare pipì in boccacci di vetro e poi ne confrontavano il colore. Chi aveva il colore tipico da acetone…era lo sfigato di turno, una specie di appestato da evitare.
A dire il vero io non ce l’avevo mai.
Ho sempre goduto di ottima salute, mentre Romina ed Anna (le due amichette che facevano il bagno con me) si scambiavano l’acetone ogni settimana e non era quello per togliere lo smalto dalle unghie.
Romina in particolare aveva proprio la faccia da acetone. Pallida, emaciata, sguardo perso, denti non bianchissimi. Solo una così poteva meritarsi un disturbo con quel nome.
Io avevo, allora come adesso, la faccia della salute: occhi scuri, capelli scuri, pelle...scura.
Occhi vispi ed intelligenti...
A 9 anni il prete della mia parrocchia, padre Mario, mi guardò in volto e decise che durante la recita di Natale avrei dovuto interpretare il ruolo della Madonna.
Diceva che avevo un volto dolce, che si prestava. Voleva essere un complimento.
Da piccola ero molto emotiva, di quell’emotività che blocca ogni possibile azione...
Padre Mario decise di scrivere le poche frasi che dovevo recitare su un foglietto, attaccato alla schiena di Gesu’ bambino. Qualche frase era scritta sulla mia mano destra. Io sbagliai, nonostante tutto. Ci fu un momento di imbarazzo, ma riuscii a terminare la frase.
Padre Mario mi adorava: quando andavo all’oratorio mi coinvolgeva in ogni attività e mi faceva sentire importante. Io mi ero affezionata a lui, anche perchè aveva un aspetto che avrebbe rassicurato chiunque: occhi chiarissimi, capelli grigi, voce quasi sussurrata, alto e piazzato, con mani grandi e curate.
Accanto alla chiesetta di Via Monfalcone c’era un grande campo da calcio e noi bambini ci riunivamo a giocare.
Eravamo un folto gruppetto, composto prevalentemente da maschietti.
Solitamente le femminuccie arrivavano non per giocare a pallone ma per guardare i ragazzi più carini dell’oratorio e dare loro voti relativi alla prestanza fisica.
Inizialmente qualcuna si era confusa e mi aveva presa per uno di loro...
Mi aveva dato 7 ed era stata anche piuttosto generosa considerato che di lì a poco sarei diventata una vera “donna”.
Nel gruppo c’era un ragazzetto di nome Savino che io adoravo.
Giocava da dio e mi considerava suo amico.
Io, mio fratello e Savino ci vedevamo molto spesso anche per altre attività collaterali, tipo andare all’ortorio per aiutare Padre Mario, girovagare per il quartiere, suonare i campanelli.
Insieme a noi c’era sempre una mia vicina di casa di origine lucana ed anche lei aveva un debole per Savino.
Ovviamente in tutte le storie romantico-tragiche della mia vita la situazione era la seguente: Io adoravo Savino, Savino adorava la Lucana, la Lucana adorava Savino...ma nessuno dei due riusciva a dirlo. Ma c’è di più: la Lucana piaceva a mio fratello ma lei non se lo filava di striscio.
Soluzione: La lucana perde il padre ed è costretta a tornare in lucania, e lei e Savino si allontanano senza sapere nulla l’uno dell’amore dell’altro.
“Diventare donna” per me è stato un trauma. Non accettavo l’idea che da quel momento in poi sarei anche potuta diventare madre.
E poi io volevo rimanere bambina. Volevo poter giocare con i ragazzi, senza sentirmi diversa da loro. Volevo essere accettata.
Invece...ero troppo “maschio” per giocare con le bambine e troppo “femmina” per giocare con i bambini.
Rimasi sconvolta quando la madre di Pietro, un ragazzino con cui condividevo molto tempo, disse alla mia che suo figlio aveva un debole per me.
Io sapevo che “flirtava” con la più brava della classe che, oltre ad essere paurosamente e strepitosamente brava, aveva un grembiule rosa e i codini, era già una grande seduttrice e sembrava una vera “donnina”....insomma era molto più “bambina” di me...che andavo in giro con gli scarponi metallizzati alla Star Trek e la bmx gialla.
Questa ragazzina era stata da me soprannominata “topino” perchè somigliava vagamente ad un ratto, a causa dei suoi denti sporgenti.
Era alta, aveva un bel corpo già a quell’età e forse era molto più intraprendente di me...motivi per i quali la sua faccia da ratto non le rovinava tanto la reputazione.
Si chiamava Marialaura.
L’ho incontrata qualche anno fa; era la compagna di Antonio, il tutor ad un gruppo di stage del quale facevo parte.
La “maturità” non l’ha cambiata: solita faccia da topino, solita intraprendenza.
Ma niente più grembiulino rosa.
Ogni tanto mi chiedo quando sia iniziata la mia vita sentimentale.
Il primo bambino che attirò la mia attenzione aveva i capelli a caschetto, di un biondo quasi albino.
Ricordo che aveva gli occhi azzurro cangiante al rosso e una pelle così chiara da sembrare carta velina. Da sotto la carta velina si intravedevano piccole venuzze ramificate.
Ora che ci penso, poteva essere albino...ma allora non sapevo cosa volesse significare questa parola.
Giocavamo sempre insieme ma a dire il vero, non è che mi appassionasse più di tanto.
Avevo solo quattro o cinque anni.
A quell’età era già tanto se ci davamo la manina in segno di pace, dopo aver litigato.
All’asilo c’era un bambino molto intraprendente che destava la mia attenzione. Si chiamava Lorenzo.
Ricordo solo il suo grembiulino bianco e rosso a quadretti piccoli piccoli.
Il mio grembiule è sempre stato blu, non lo ricordo di un altro colore.
Blu dall’asilo fino all’ultimo anno delle elementari.
Comunque Lorenzo era un gran play-boy....se la faceva già con tutte.
Ovviamente non nel senso che possiamo attribuire oggi al verbo “fare” (era pur sempre un bambino di 5 anni) ma sono sicura che il suo futuro, in quanto a donne, fu roseo.
Ricordo due canzoni che ci facevano cantare all’asilo, durante il periodo natalizio.
“Tu scendi dalle stelle” (un classico) e quella canzoncina che diceva “Si a-ccen-dono e brill-ano le lu-ci di na-taa-le”.
Ed in effetti quello fu un periodo molto luminoso per me. Le luci le vedevo veramente...
Stavamo molto all’aria aperta, giocando spensierati in giardino.
L’unica pecca dell’asilo era il pesce, che io categoricamente rifiutavo di mangiare... nutrendo verso quegli esserini uno spropositato schifo (solo alimentare).
Oggi direi idiosincrasia, ma allora non sapevo che si potesse chiamare così...e poi vi immaginate una bambina di 4 anni dire “Io nutro una certa idiosincrasia per il pesce, signora maestra”. ? Mi avrebbero riso in faccia.
Tutti sanno che non mangio pesce da circa 27 anni e non ne sento la mancanza...
Ora lo sapete anche voi.
Le signore maestre invece si dovettero abituare a vedere il pesce della mensa, sotto i miei piedi, se non nelle tasche. Capirono che non c’era verso.
Il mio secondo amore si chiamava Paolo Gambino, da non confondersi da Paolo Gambaletti, un ragazzino pieno di puntini marroni in faccia e l’ aria antipatica.
Poi mi fu detto che quei puntini marroni si chiamavano “lentiggini” e da allora le riconobbi anche sul mio viso.
Paolo Gambino ignorava di essere il mio secondo amore infantile ma aveva già capito che qualche volta le donne amano essere trattate male. Durante l’adolescenza avrà sicuramente sentito dire dai suoi amici: “Alle donne piacciono solo gli stronzi” . Paolo Gambino già lo sapeva, non aveva bisogno di crescere.
Peccato che io non non ci fossi nella sua vita, mentre realizzava le sue intuizioni.
Io lo so che se lo ricorda quando discutevamo digrignando i denti.
Era bellissimo cercare nel suo volto incorniciato da un cespuglio di ciuffetti biondi, quegli occhi scuri e sempre vigili. Quando lo facevo arrabbiare ringhiava come un cane a cui hanno tolto l’osso. Era questo l’unico modo che avevamo per comunicare.
Nella nostra classe c’erano due bambini “strani”. Uno si chiamava Demetrio: era pieno di capelli ricci e folti; sembrava uno scienziato pazzo ed aveva un talento sovrannaturale per la matematica.
L’altro “strano” era Luigi…ma lui oltre ad essere decisamente strano, aveva subìto una operazione al cervello che lo aveva un po’ “tramortito” oltre ad avergli lasciato una piccola cicatrice poco al di sopra dell’orecchio.

(to be continued)




commento dell'autoreHo iniziato a scrivere questo racconto. E' molto lungo...
Ed anzi non è ancora terminato. In realtà ho tante cose da scrivere.
Devo ancora lavorarci su.
La cosa più bella...è tentare di ricostruire il ricordo della mia infanzia e della mia adolescenza.
Alcune cose che mi sembrava di aver dimenticato, riaffiorano...