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Arti letterarie buffonesche
[10 commenti]
Gioco, partita, incontro. di frank solitario (© 2007) visualizzato 917 volte Massetti è vicino alla segreteria e sta guardando il tabellone.
L’ultima volta ha vinto lui, la stretta di mano è stata vigorosa, il suo sorriso falso e non gli ho detto “bravo”; la domenica alle nove di mattina non si può dire che sia il momento migliore per i miei labili bioritmi.
Giocavamo al suo circolo per la competizione a squadre: ha ancora la rete in legno, tutti vestono di bianco.
I soci affollano la hall seduti su eleganti divani, parlano di appuntamenti mondani, di macchine di lusso e guardano chi non è dei loro con profondo disgusto.
Chiuso il cancelletto del campo da tennis, il mondo rimane fuori. Sennò sarai tu a uscire dopo mezz’ora per primo, le scarpe nemmeno sporche di terra rossa.
Un segno inequivocabile di sconfitta.
Quando vinci, ti attardi a sistemare meticolosamente l’asciugamano, raccogli le palline da riconsegnare all’organizzatore del torneo; avere il tubo in mano significa vittoria.
Oggi ci incontriamo in questo circolo sul Tevere; intenso odore di salsedine ed enormi gabbiani che volteggiano in cerca di pesce.
Il tempo è molto incerto, c’è vento e aria di pioggia.
Lo guardo fisso negli occhi, ha letto il mio nome.
Cerca di intimorirmi da subito, comincia a saltare e sbuffare come un toro nell’arena, mi osserva con espressione vuota e fredda, senza fingere quella cortesia ipocrita che vuole l’etichetta di questo gioco.
Sorrido ironico, so già quello che devo fare.
“Hai visto il tabellone? Stasera ci giochiamo la finale eh…non c’è nessun altro dalla parte nostra…”.
“Uh, non sto per niente in forma guarda…ho dormito poco stanotte….stamattina subito a lavoro e adesso mi sento debilitato…”, dice con rabbia.
Non c’è stata una volta che mi abbia detto “sto bene, mi sento in perfetta forma”.
Durante il palleggio lo studio; ogni piccolo movimento, ogni indecisione, il servizio, i punti di forza, la strategia.
Sono solo con me stesso, “ogni errore dipende da te” mi ripeto spesso mentalmente al colmo del masochismo.
Molti se la prendono con la racchetta, con il vento, colla sfortuna.
Balle, sei solo tu e l’avversario.
Il primo set gioco alla grande, Massetti è furente, non trova una soluzione, macina chilometri e diventa lentamente una statua di terra rossa.
Sbuffa, sputa, inveisce contro il pubblico; scivola in affanno in ogni parte del campo a rincorrere smorzate, colpi incrociati strettissimi, improvvise discese a rete fatte a passo di tango, incrociando gamba destra e sinistra.
Una goccia.
Due gocce, tre gocce, dieci, mille.
La pioggia ferma in una camera iperbarica la storia di questa partita.
Il fondo è scivoloso, si tramuta lentamente in un pantano; fra cinque minuti, sabbie mobili.
L’interruzione per pioggia è qualcosa di misterioso, insondabile; cancella partite già vinte, cambia i meccanismi psicologici, le condizioni di gioco.
Ti ritrovi a dover perdere del tempo in attesa; questo può accadere dopo dieci minuti, un’ora, il giorno dopo.
Lo guardo a lungo, durante la pausa, ancora sorridente, in attesa di segni di nervosismo.
Niente, sembra essersi calmato; per contrappasso ciò mi mette una ingiustificata agitazione.
Avremmo rimesso piede in campo dopo un‘ ora e avrei faticato persino a trovare il mio dritto lungolinea.
Quando non sei applicato mentalmente è come se grandinasse; grandinano punti, giochi, minuti che volano, set….
In un batter d’occhio mi ritrovo a due punti dalla sconfitta.
Se vince il prossimo, sono davanti al plotone d’esecuzione; il ricordo di una sconfitta non se ne va per giorni.
Una sconfitta così……
Mi spinge dietro la linea di fondo campo, in strenua difesa, fin dal servizio.
I miei colpi perdono di forza, sempre più deboli, senza direzione.
Sta per chiudere a rete, con ferocia, maltrattando una pallina che andrebbe solo accarezzata……….
Quando Sciaffffffffff!!!!!!, un pesce ancora vivo e guizzante di almeno tre chili si abbatte sul nastro bianchissimo della rete facendola crollare a terra.
Alzo gli occhi al cielo e un gabbiano enorme ancora volteggia in aria maledicendo la sua goffaggine e pensando a come recuperare il pranzo in mezzo a tutti quegli ospiti indesiderati.
Svolazza, svolazza, svolazza sulla metà campo di Massetti; lo punta col becco, lascia cadere resti organici in segno di disapprovazione e ostilità, dentro di me sono convinto che non apprezza il suo gioco speculativo, è un intenditore il volatile, o quantomeno ha individuato nel mio avversario la causa della sua disavventura.
Desiste e cambia rotta subito dopo con un acuto sibilo di disapprovazione.
Il punto è inequivocabilmente da ripetere e la rete da risistemare.
L’espressione del mio avversario in quei momenti: scossa, sperduta, affranta.
Tutto il resto è inutile descrivere; tranne forse la mia uscita dal campo con un tubo di palline in una mano e un pesce da tre chili nell’altra, interminabili minuti dopo Massetti.
Olmo, il custode dei campi, l’avrebbe pulito e cucinato per la sua famiglia la sera stessa.
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