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Il dittatore




[29 commenti]

Il dittatore

di frank solitario (© 2007)

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Il dittatore era un uomo medio, senza slanci, le stesse opinioni di tutti; delle opinioni che sembravano sagge e condivisibili.
Dieci anni prima il parlamento era affollatissimo, rumoroso, volavano apprezzamenti pesanti e ogni tanto anche qualche schiaffone.
C’erano due fazioni ferocemente contrapposte, ogni legge era approvata per uno o due voti.
Allora il dittatore era un giovane consigliere comunale della provincia di Benevento grazie ai voti di tutti i parenti.
Poco alla volta aveva fatto carriera, diventando esponente di spicco della lista civica “La Gente Qualsiasi”, fino a giungere a Roma come deputato.
Lui era sempre presente diligentemente ad ogni seduta.
Legge sulla protezione degli ortaggi di robusta costituzione in sede di comunità europea: 318 a favore, 311 contrari, una scheda bianca.
Era la sua; di schierarsi non aveva voglia.
Sono tutti uguali, davanti alle telecamere si insultano e poi vanno a cena insieme.
Finissima, geniale intuizione.
Se non fosse stata in seguito supportata dai fatti, sarebbe stato semplice qualunquismo.
Invece, legge dopo legge, anno dopo anno, cominciarono a votare tutti a favore di qualsiasi cosa.
Sostituzione dei tombini in ghisa con quelli in metapropilene (629 a favore-uno contro), riapertura e poi richiusura della case chiuse (628 a favore-una scheda bianca-uno contro), liberalizzazione delle licenze di pesca e abolizione dei laghetti sportivi.
I parlamentari cominciarono a pensare: “vabbè oggi non vengo”, “devo andare a prendere mio figlio a scuola”, “oggi c’è il sole porto il cane alla villa”, “il giovedì pomeriggio il cinema costa di meno” e via discorrendo.
L'aula cominciò a svuotarsi e giunse il giorno in cui si approvò una legge: “Non si reputa più necessario il raggiungimento del quorum per le votazioni; ne consegue che è sufficiente la presenza di un singolo avente diritto”.
Lui che aveva votato sempre contro, scheda bianca, astenuto, vide svuotarsi una ad una le poltrone intorno a sé.
In Parlamento non c’era più nessuno, la gente era allo stadio o al mare, a fare le compere, al cinema, a vedere la televisione; anche il più democratico del mondo avrebbe approfittato della situazione.
C’è differenza tra prendere in 630 la stessa decisione o prenderla da solo?
Il dittatore sapeva che l’importante per evitare il malcontento era dare delle spiegazioni.
Inventarsi divieti e dare spiegazioni che dovevano essere comunque accettate.
Chiuso in seduta di gabinetto, rifletteva sull’imposizione di attraversare la strada con una gamba sola, dare nome Ciro a ogni primogenito maschio, indossare una camicia azzurra da ferrotramviere gli uomini e completino floreale le donne.
“Per rendere il popolo gagliardo e creare un sentimento di unità nazionale nel rispetto del pubblico decoro” era la motivazione più utilizzata.
Scrisse di proprio pugno la nuova costituzione; non erano che trenta articoli e assolutamente inutili.
Da modesto uomo incapace di schierarsi e di avere un’opinione era arrivato alla condizione di poter prendere tutte le decisioni.
Il momento eccitante di consacrazione sarebbe stato il discorso di insediamento davanti alla folla.
Doveva dissimulare un’autorità che non aveva; optò per un cappottino stretto di cammello, stivali di gomma alti fino al menisco, cappello in tessuto grigio con visiera rigida, frustino da fantino.
Un’altra cosa non andava: la sua voce assomigliava a quella di Gabriella Golia.
Fece registrare un discorso fiero e autoritario ad un suo amico diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica.
Bastava andare a tempo con le labbra e gesticolare a più non posso. Il popolo è abbagliato, abbindolato, abbacinato, ammaestrato dal gesticolare.
Cominciò a passeggiare avanti e indietro nervosamente per le stanze del palazzo presidenziale.
L’orologio a cucù sancì l’ora di uscire finalmente allo scoperto sul quadrante della storia.
Non aveva nemmeno un’assistente per tirare le tende che davano sul balcone; fandonie, facezie, quisquilie.
Preparò il nastro preregistrato col discorso, schioccò due colpi di frustino nell’aria piegandosi agilmente sulle ginocchia.
Tirò la tenda e fece un passo verso il balcone.
Alzò il braccio destro in segno di saluto, ingessò l’espressione facciale in un sorriso smagliante verso la pubblica piazza.
Deserto. Nessuno.
Un popolo che non aveva opinioni, idee, aspirazioni, sogni, fastidi, non si incazzava. Per nulla.
Era anche un popolo che non sarebbe sottostato a nessuna dittatura.
Semplicemente assente in tutto e per tutto.
Richiuse la tendina e pescò nel cappotto la sua lista di cose da fare; prendere il bambino a scuola, portare il cane alla villa, andare al cinema, vedere la partita alla televisione.
No, non c’era assolutamente tempo da perdere, anche se così conciato lo avrebbero di certo preso per il culo, uscì in fretta e furia dal palazzo.
Anche l’ultimo uomo che si occupava di politica in quel paese, smise di farlo.