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Arti letterarie buffonesche
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La Cosa di frank solitario (© 2007) visualizzato 775 volte Avevo una malattia rara.
Fu tanto all’inizio lo sconforto.
Per cominciare non sapevo darle un nome e nemmeno i medici sapevano.
La chiamai “La Cosa”.
Loro, i medici, erano irritati alle prime visite di non saper o poter dire nulla sulla Cosa.
Poi cominciarono a guardarmi come una bella donna da desiderare, ma impossibile da raggiungere; ricevevo più di un invito a studio da alcuni di Loro e cominciai a fare il prezioso.
Al mio ingresso cacciavano tutti gli altri pazienti, mi offrivano un cordiale, un caffè (addirittura nemmeno dalla moka, mandavano l’assistente a prendere l’espresso dal bar all’angolo), oppure un cuneese, mi portavano nella saletta più elegante, dove il lettino non è in semplice materiale sintetico e le sedie sono pezzi da antiquario.
La Cosa non accennava a scomparire, ed anzi in certi giorni si manifestava in tutta la sua prepotenza.
Molti di Loro prelevavano da un cassetto ben nascosto lo stetoscopio che altri medici in famiglia gli avevano regalato il giorno della laurea.
Scrissi ad alcuni programmi televisivi; mi avevano detto che non sarebbe stato facile ottenere la giusta attenzione.
“Non farti illusioni”, mi aveva detto un mio amico cameraman, “ci sono parecchi casi prima del tuo, mandiamo via centinaia di poveracci ogni giorno che credono di essere in condizioni assurde e tanto pietose da risultare interessanti”.
Dopo neanche due settimane ero seduto comodo sul divano di fronte alla sedia del conduttore; un ometto basso, grasso, simpatico e dalla battuta facile, ma con un alito terribile.
Aveva chiamato uno di Loro; costui aveva delle diapositive con sé e si sbracciava verso la telecamera per urlare al mondo quanto tutto fosse ingiusto e incomprensibile, non tanto nei miei confronti, ma per rispetto alla scienza e all’umanità.
Il rotondetto conduttore si limitò a domandarmi: “Quindi ci troviamo di fronte ad una malattia rara?”.
Lo guardai come se venisse da Marte.
“Ra-ris-si-ma….(feci una pausa sapiente)……se il dottore consente la definirei unica”.
Guardai il dottore per avere conferma; mi fece cenno di si con la testa, quasi vergognandosi.
Cominciai a ricevere lettere di ammiratrici e sebbene in cuor mio non reputassi di aver fatto nulla per meritarmi la Cosa, percepii chiaramente che non sarebbe potuta venire ad altri che a me.
La maggior parte di queste femmine aspettava lunghe ore sotto il portone; vestivano con cattivo gusto ed erano pesantemente truccate.
Quando comparivo dal balcone mi riparavo stoicamente dai raggi del sole e fingevo di essere indotto a cadere prostrato in ginocchio.
Era difficile anche solo fare la spesa dal droghiere, senza essere circondato, comunque a distanza di sicurezza, da un capannello di curiosi.
Arrivarono delle importanti sponsorizzazioni per una compagnia di assicurazioni sulla vita e una linea di sanitari.
I creativi mi facevano recitare delle battute ignobili e non ero neanche fotogenico.
Dopotutto, in ogni scenografia, erano fatte pascolare delle ragazze seminude, che mi era difficile inserire nel contesto semiotico, ma che mandavano un pregevole profumo di bagnoschiuma ai frutti esotici.
Qualche tempo dopo mi sintonizzai su quello stesso programma, sovrano incontrastato della fascia oraria di mezzogiorno; un radiologo molto affascinante, brizzolato, con spalle e bicipiti imponenti gesticolava indicando ora delle lastre, ora la mia foto.
Il conduttore rotondetto, sardonico lo interrogò: “Quindi, in sostanza, dottore, si potrebbe dire che il nostro caso che tanto stupore e tanta commozione ha suscitato, così strano non è?”.
Il radiologo, abbronzatissimo, con la barba di appena due giorni, sorrise in telecamera: “Senza ombra di dubbio”.
Il rotondetto guardò la mia foto con rabbia: "Quindi non è mortale?".
"Nossignore", fece il radiologo.
"Non è nemmeno rara, né pericolosa, o contagiosa? Il nostro soggetto potrebbe ad ogni modo peggiorare....?".
"Mi sento di escluderlo del tutto", sentenziò il seducente luminare.
Avvertii il male, realmente, intensamente, in quel momento per la prima volta in vita mia.
Aggiunsero osservazioni scandalizzate ed indignate riguardo alla malasanità, poi si dedicarono ad un commercialista di Vercelli che era rimasto con il pisello incastrato in una presa d’aria per tre giorni.
| commento dell'autore | un'altra visione della malattia: uno status symbol |
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