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Arti letterarie buffonesche
[18 commenti]
Adelmo di frank solitario (© 2007) visualizzato 636 volte Mio fratello dice spesso di aver ricevuto una visita, ma non si ricorda da parte di chi.
"Sono stati tanto gentili, non me l'aspettavo. Sai, la noia...il giorno è lungo...".
"Sono venuti o è venuto...? Come...cosa ti hanno detto? Ti hanno portato un regalo, un dolce...".
"E'...è venuto Remo...con la moglie...".
Remo è morto anni fa e la moglie è ricoverata, anche lei. Non glielo dico, per due motivi; contraddirlo porterebbe solo ansia, ulteriore confusione e, a dire il vero, non sono affatto certo anche di quest'altra versione.
Così ho pensato di far firmare alle persone che vengono a trovarlo un «registro dei visitatori» e a lui di tenere un diario in cui annota particolari di quelle visite. Gli ho raccomandato di chiedere informazioni, proprio quando arrivano e poi, di sforzarsi di ricordare.
Mio fratello si è apllicato parecchio dopo questo mio consiglio e le pagine sono ora certosinamente riempite dalla sua grafia agitata, tremolante, emotiva.
A leggere quelle pagine si trovano racconti di incontri realmente poco probabili, persone difficilmente esistite, di certo non che io abbia conosciuto, mentre dall'altro canto le firme risultano spesso illegibili e i nomi che riesco a decifrare in questo non mi aiutano molto.
Oggi ho trovato il disegno di un volto buffo, sorridente, con occhiali spessi e basco di traverso, con sotto la scritta in stampatello enorme "O-V-I-D-I-O".
Poi qualche virgolettato.
"In nome dei vecchi tempi!"
"Già, i tavolini del Bar Tortuga e il fumo delle sigarette nazionali, la birra scadente..."
Non associare qualcosa a tutto ciò lo metteva in agitazione, c'erano imprecazioni, scarabocchi e linee nere tracciate sopra frasi intere.
Tutti allora lo rassicuriamo e, quando mi trovano inquieto, gli altri rassicurano me al tempo stesso.
Giorno dopo giorno ci accorgiamo che forse lui non ne ha più bisogno. E' difficile sorprenderlo con un’espressione non serena sul volto, per quanto si possa trovare di fronte ad un continuo sgretolarsi delle sue certezze.
E poi ci sono io. Io che sto assorbendo questa confusione per processo di osmosi.
Zone sempre più ampie di buio, fino a momenti di tenebra più profonda, comincio a scorgere nello specchio, ogniqualvolta incontro colui che un tempo ero io.
Parlo con Giulia e le racconto che "non lo trovo poi tanto male mio fratello...mangia, sorride, non si arrabbia quasi mai...l'ultima volta..."
Giulia, colta da una tristezza profonda, tace. Poi, mi ripete per un paio di volte "non hai nessun fratello, papà...", mentre una lacrima, che maschera un tentativo di pianto a dirotto, le staziona davanti alle ciglia.
Non so proprio che dire a riguardo; eppure è proprio mio vicino di stanza.
Talvolta ritorna con la mente al tempo in cui lavorava e gli prende l'ansia di non arrivare in orario in ufficio.
"Che ore sono? Diavolo non c'è tempo nemmeno per un caffé!"
All'inizio, gli spiego che ormai è in pensione, ma lui insiste e finiamo per litigare.
Un po' cerchiamo di aiutarci con gli altri del palazzo, ma ormai con lui è inutile. Siamo noi suo padre morto in guerra, il capoufficio della Banca di Novara, siamo noi lui stesso da piccolo e i suoi fratelli.
Ci fa vedere una foto in bianco e nero consunta e ci indica uno per uno chiamandoci con nomi che non ci appartengono.
Ci sono delle notti in cui ci sveglia suonando il pianoforte.
Uno Chopin minore, degli antichi lieder, risuonano accarezzando la nostra casa tutta di legno noce; dapprima suscitando in me un terrore da non far scorrere sangue alcuno lungo la schiena, per poi trovare una interpretazione nuova, commovente, appassionata, un transitare sui tasti infinitamente più delicato e completo.
Non riconosce me e i suoi figli, ma è ancora in grado di suonare i pezzi più difficili.
Viceversa per me è giunto l'inferno, lotto a lungo con le lenzuola lasciando una scia di sudore come segno di sconfitta.
Mi sembra di impazzire, mi sembra di non poter mai più dormire.
Quindi, il conforto delle prime ore del mattino.
Lui è ormai irriconoscibile; il perfido bastian contrario è diventato un bambino capriccioso e un po’ bislacco, un compìto impiegato in giacca spesso penosamente senza mutande.
Avevo sempre considerato mio fratello un uomo ostinato, solitario e un grande lavoratore. Ora ho scoperto in lui un bambino affettuoso, tenero e gentile, un lato del carattere che è sempre stato ben nascosto, forse per timidezza o inibizione.
Ogni acredine sembra svanita e mi sento inverosimilmente pusillanime a provarne ancora dell’inconscia verso di lui.
Nati lo stesso anno, con un infinito rancore iniziato in un preciso momento, da quando…..da…..quando?
“Adelmo”, sento chiamare dall’altra stanza, quella voce strana, rugosa, quasi scherzosa, di un vecchio giovane che mi sembra di conoscere.
“Chi?”, rispondo confuso, e finalmente mi abbandono ad un timido sorriso.
| commento dell'autore | ci concedano a tutti un sereno oblio |
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