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Arti letterarie buffonesche
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QUANDO FUMAVAMO MURATTI di Franz_Lupo (© 2010) visualizzato 228 volte “Prestami la vespa, Franz,” disse Gecchi.
“Che ci devi fare?” gli chiesi.
“Sempre la solita cosa,” intervenne Marcello.
Eravamo seduti su una panchina a Mondello, la vespa bianca si interponeva fra noi e il mare, il vento ci scompigliava i capelli e gli ormoni, fumavamo Muratti per sentirci grandi.
“Dai, Franz, un giro solo,” ribadì Gecchi.
“Non combinare casini, però.”
“Tranquillo, frate’.”
Lo vedemmo montare in sella e allontanarsi con la sigaretta in bocca. Accelerò e puntò dritto il culo di una passante. “Minchia, è diventata una droga,” disse Marcello. Gecchi rallentò e preparò la mano sinistra all’impatto, il dito medio teso verso il suo scopo. La donna si sollevò da terra agganciata al dito, Gecchi ondeggiò con la moto e cadde sull’asfalto. “Minchia, la vespa,” gridai. La donna si avventò su Gecchi e cominciò a colpirlo con la borsa. Accorse altra gente, si formò un capannello attorno a Gecchi che sparì nel mezzo. Dopo qualche secondo la sua figura alta e magra affiorò dal mucchio, aveva sempre la sigaretta incollata fra le labbra. Cominciò a gridare e a bestemmiare, gli si inturgidirono le vene del collo, si creò spazio attorno a lui, la gente intimorita indietreggiò. Gecchi sollevò la vespa da terra e ripartì verso di noi. “Sei un pazzo coglione,” gli gridai nell’orecchio mentre scappavamo in tre sul motorino sotto le nuvole cariche di pioggia e sogni. L’acqua arrivò imperiosa a rigare le nostre facce. Marcello, ultimo sul sellino, mi diede un pizzicotto per richiamare la mia attenzione. “Dì a Gecchi di rallentare, sto cadendo,” mi gridò. Gli feci okay con le dita e gridai a Gecchi: “Accelera compare, ci inseguono.” Marcello iniziò a urlare: “Bastaaardo rallentaaaa...”
Arrivammo in città che era quasi buio. Il centro era vestito a festa con luci colorate sulle insegne dei negozi, ma l’atmosfera natalizia non smorzava i nostri istinti primordiali. Gecchi e Marcello l’avevano già fatto, mancavo solo io a compiere il grande passo. Non ne potevo più di sfogliare al cesso “Porci con le ali” ed essere guardato da mia madre come un mostro a tre cazzi e da mio padre come un masturbatore impotente.
“Quanti soldi abbiamo?” chiese Gecchi.
Contai i soldi. “Trentamila lire. Ci bastano?”
“In via Daita c’è una buttana che ne prende dieci a botta,” disse Marcello.
“Andiamo, sbrighiamoci,” fece Gecchi con gli occhi spiritati.
Ci avviammo a piedi, con i vestiti ancora fradici, verso il bordello. Avvertivo una strana sensazione, come di una formica che ti cammina sulla pelle, ma non dissi nulla ai miei compagni. Sembravano così determinati verso l’obiettivo, ipnotizzati come topi da un flauto magico.
La contrattazione durò poco, offerta e richiesta coincidevano. “Vado prima io,“ disse Gecchi. Lo guardammo sparire dietro la persiana con questa donna dai capelli neri e il rossetto rosso. Io e Marcello ci appoggiammo sul cofano di un’auto parcheggiata. Aveva smesso di piovere. Fra poco avrei smesso di essere vergine. La fine di qualcosa ti lascia sempre piacevolmente sgomento. Dopo dieci minuti Gecchi tornò fuori. Aveva una sigaretta in bocca e si affibbiava la cinta. Venne verso di me: “Te l’ho riscaldata, vai tu adesso” Mi avviai come un automa dietro la donna dai capelli neri e il rossetto rosso. Percorremmo un corridoio buio fino ad una stanza in penombra, luci rosè, lenzuola disfatte, carta igienica a terra, un lavandino di fronte al letto. La donna iniziò a spogliarsi e sorridendomi mi chiese: “E’ la prima volta, vero?” Biascicai un sì. Si tolse il reggiseno. “Me l’ha detto il tuo amico, lui invece la conosce la storia.” Mi condusse fino al lavandino, mi invitò ad abbassarmi i pantaloni e mi sciacquò il pisello con un sapone usato. Tornammo verso il letto. Camminavo con difficoltà per via dei pantaloni arrotolati alle caviglie. Mi fece distendere sul letto e cominciò a masturbarmi. Non mi piaceva particolarmente, io ero sicuramente più bravo a toccare i punti giusti. Lei lavorava su di me come un’operaia in fabbrica. Appena prese un po’ di consistenza mi applicò un preservativo. Immediatamente lo sentii come anestetizzato ma non dissi nulla. Lei si tolse gli slip e allargò le cosce. Un odore acre mi inondò le narici mentre quel triangolo di pelo nero diventava un quadro di Dalì. Raccolsi le forze e in stato di semierezione mi inoltrai alla ricerca del buco. Avevo la sensazione di sbattere una palla di gomma su un muro. La strada per il paradiso era difficile da imboccare.
“Il tuo amico lo sapeva dove entrare,” disse la donna.
Ma, cazzo, vogliamo in questo momento stilare un elenco delle doti sessuali di Gecchi, confrontandole impietosamente con la mia incapacità copulativa? E’ proprio questo che ci vuole per tirarmi su, buttana psicologa del cazzo? Mi si ammosciò in due secondi. Ristagnavo nella vagina della donna come un lombrico nella terra. Lo tirai fuori, anzi era già fuori. Guardai con mestizia il simbolo del mio disfacimento, quel pongo malleabile senz’anima. Recuperai le mutande mentre mi compariva la faccia sprezzante di mio padre che ripeteva: “Impotente, impotente...”
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